La yakuza di ieri e di oggi e il patto sociale

– Alice Rossi –

La mafia giapponese, nota come yakuza, è un fenomeno poco noto e confuso, soprattutto sorprendente è scoprire il ruolo che le organizzazioni criminali hanno sempre giocato nel garantire la sicurezza di cui il Giappone vanta il primato. Infatti, la yakuza partecipa alla gestione dell’ordine pubblico, assorbendo la microcriminalità. Tuttavia, di cosa stiamo parlando? Molte persone vedono in questi soggetti degli eroi medievali, eredi degli antichi samurai, molti altri invece scendono nelle strade per chiedere lo scioglimento di queste bande. Per ragioni culturali e storiche, la yakuza appare come tante cose differenti a seconda dei punti di vista e, soprattutto, essa è oggi qualcosa di molto diverso rispetto a quello che era alle sue origini.

Se la si considera con uno sguardo superficiale, limitandosi a cogliere solo l’immagine che queste organizzazioni si sono attentamente costruite, risulta difficile affiliare la yakuza a un fenomeno di tipo mafioso. È necessario uno sforzo critico per andare oltre le apparenze, per poter considerare la yakuza per quello che realmente è: un’organizzazione criminale di stampo mafioso, che prolifera parallelamente all’aumentare delle mancanze dello Stato nel fornire protezione.

Le bande yakuza sono in tutto e per tutto organizzazioni mafiose, anche se possono non venire percepite come tali a causa delle differenze che le rendono un caso a sé stante e che le allontanano dall’idea di mafia alla quale siamo, purtroppo, abituati. Questo è legato principalmente al fatto che in Italia la mafia c’è ma non si vede, perché lo Stato non ne permette anche solo l’esistenza. Nel caso giapponese, le associazioni mafiose hanno sempre goduto, e godono tuttora, di tolleranza: lo Stato non ha mai perseguito la yakuza per il solo fatto di esistere, piuttosto ha stabilito un tacito accordo di non conflittualità, che possiamo definire “patto sociale”. Esse vengono considerate, e si proclamano, associazioni legali: tutti sanno della loro esistenza, dove si trovano gli uffici e chi sono i principali capi. Tuttavia, non esistendo il reato di associazione mafiosa, non è possibile perseguire questi soggetti solo per il fatto di far parte, o essere a capo, di una banda yakuza. Inoltre, l’apparato legislativo giapponese in materia antimafia, purtroppo, ha sempre mostrato una debolezza endemica nell’opporsi a questo fenomeno, nonostante i progressi fatti a partire dagli anni Novanta.

Questo patto sociale coinvolge diverse parti contraenti, che essenzialmente sono lo Stato, le forze di polizia, la società civile e, ovviamente, la yakuza. Per capire come esso abbia avuto origine e come mai ancora oggi resista, nonostante l’evoluzione legislativa, è necessario innanzitutto analizzare le origini e lo sviluppo storico della mafia giapponese. La prima domanda che sorge spontanea è “come nasce una mafia”. Nel nostro caso in particolare, la mafia giapponese ha avuto origine da un repentino passaggio dall’epoca feudale alla modernità: quella giapponese fu, di fatto, una transizione imperfetta dall’epoca Edo all’epoca Meiji. La yakuza è, quindi, una gravosa eredità del periodo Tokugawa (1603-1868): i tekiya e i bakuto, rispettivamente le bande di truffatori ambulanti e i gestori del gioco d’azzardo, si possono considerare i precursori del fenomeno. Tekiya (的屋) e bakuto (博徒), furono le bande che diedero vita alla mafia giapponese, dapprima agendo in modo separato e locale, occupandosi di crimini di piccola entità, per poi ampliare le proprie attività e fondersi sotto l’unico appellativo “yakuza”, con l’inizio dell’epoca Meiji (inizio 900).

Importante evidenziare che le persone che sceglievano la gokudō (極道), ossia la “via dell’eccesso”, erano principalmente ex samurai, contadini espropriati delle proprie terre e fuoricasta. È essenziale perché ci aiuta a capire come mai queste organizzazioni vengono paragonate a delle vere e proprie famiglie, anche se non sono tenute insieme da legami di sangue, come nel caso delle famiglie mafiose italiane. Queste persone erano accomunate dalla condivisione di un destino simile, che li vedeva esclusi dalla società, e questo bastava per sancire un legame saldo, grazie anche al rapporto oyabun-kobun (親分・子分) ereditato dalla tradizione samurai, ossia il profondo rapporto di fedeltà che lega il discepolo al proprio maestro. Questi, che si definiscono cani sciolti, nel tentativo di ritrovare un ruolo e uno scopo, hanno visto nelle bande un luogo in cui sentirsi finalmente realizzati, e nel capo un padre benevolo che non li giudica in base alle proprie origini, anzi offre loro protezione e dà loro importanza. Ovviamente, oggi, chi si unisce alla yakuza proviene da ambienti ben diversi, ma tutti sono accomunati da un profondo senso di disagio prodotto da una società, come quella Giapponese, estremamente rigida e che non contempla la possibilità di fallire.

Tornando al patto sociale, esso nacque proprio in periodo Tokugawa, infatti, i disordini prodotti dal cambio epocale resero difficile la gestione del territorio e le autorità, non riuscendo a sopperire da sole alla quantità di disordini, chiesero aiuto alle bande bakuto. Da questo momento in poi le strade della criminalità organizzata e dello Stato saranno inevitabilmente legate, alternando momenti di maggiore collaborazione a periodi di ostilità. In particolar modo nel periodo compreso tra i due conflitti mondiali, il governo dei partiti di destra si avvalse del prezioso aiuto di queste organizzazioni nella gestione della coltivazione e del commercio di oppio in Manciuria, nell’eliminazione dell’opposizione e nel mantenimento dell’ordine pubblico, permettendo al patto sociale di mettere radici sempre più profonde e alle organizzazioni di crescere e arricchirsi.

A fine Seconda guerra mondiale la yakuza è ormai un’istituzione che ha sviluppato reti e si è organizzata in ‘sindacati del crimine’: ossia grandi strutture ordinate secondo gerarchie piramidali composte da molteplici bande minori affiliate a una banda al comando e, quindi, a un capo, detto kumichō (組長). Gli esempi più significativi sono la Yamaguchi-gumi, la Inagawa-kai e la Sumiyoshi-kai, ancora oggi i tre gruppi più ricchi e potenti del Giappone che contano il maggior numero di membri e bande affiliate. La fine della guerra coincise anche con un rinnovato legame tra polizia e yakuza: infatti, l’articolo 9 imposto dal governo dello SCAP, non permetteva nemmeno alle forze di polizia di portare armi, per questo motivo mantenere l’ordine pubblico continuò ad essere in parte compito della mafia, in collaborazione con la polizia.

È proprio su questo costante bisogno reciproco che si fonda il patto sociale. La mafia giapponese viene vista come il male necessario: essa si occupa di assorbire la microcriminalità e di mantenere l’ordine nelle strade. La polizia preferisce avere a che fare con un nemico che conosce, che ha una gerarchia, un codice d’onore, delle leggi proprie, piuttosto che con criminali senza volto e che agiscono in modo imprevedibile. L’apparato governativo ha permesso alla yakuza di insinuarsi nella politica, nell’alta finanza, nelle istituzioni e oggi fatica a ripulire la propria immagine. Infine, la società civile si ritrova divisa, come precedentemente accennato, tra chi pensa di loro che siano degli eroi medievali, ingannata da un’immagine romantica attentamente costruita, e chi invece riesce a vedere oltre le apparenze e chiede la loro fine. Gli yakuza, infatti, si proclamano ultimi eredi della tradizione samurai e vantano nobili discendenze da eroi medievali. Per questo motivo, molte persone provano ammirazione nei loro confronti, ingannati dalla maschera che essi si sforzano di mantenere attraverso pratiche rituali tradizionali e l’ostinazione nel proclamare il rispetto di un codice d’onore che si rifà a quello dei samurai.

Tutte le attività economiche della yakuza vengono indicate con il termine collettivo shinogi (凌ぎ), comprendendo sia quelle illegali, sia quelle legali, gestite efficacemente grazie all’utilizzo di metodi intimidatori e scoraggiando la concorrenza. Come detto prima, la yakuza ha avuto modo di arricchirsi e proliferare, sfruttando il successo economico del Giappone e lucrando nel periodo della bolla economica, tanto da indicare il decennio perduto anche come ‘recessione yakuza’. Le aziende, cosiddette di ‘facciata’, erano una mera copertura per attività criminali e riciclaggio, ma, a partire dagli anni Ottanta, l’enorme quantità di denaro accumulata dal dopoguerra ha permesso alla yakuza di gestire queste società in modo legale. Le imprese che agiscono nell’ambito della legalità non possono essere toccate, nonostante la polizia sia a conoscenza di chi le manovra, perché sono a tutti gli effetti imprese lecite e il sistema non sembra intenzionato a promuovere leggi per escluderle completamente dal mercato.

Come è facile intuire, ormai le attività di cui si occupa la yakuza vanno oltre quelle tradizionali del gioco d’azzardo e delle truffe. In cima alla lista troviamo il traffico e lo spaccio di droga, attività di cui la mafia si interessa a partire dai primi anni del Novecento. Infatti, come accennato precedentemente, il governo si avvalse dell’aiuto della yakuza nella produzione e nel commercio di oppio nelle terre occupate, mentre, allo stesso tempo, incoraggiava il consumo di stimolanti nel proprio Paese. La yakuza si occupava di questa attività con il benestare delle istituzioni e del partito al governo, giocando un ruolo chiave. A fine Seconda guerra mondiale, essa si dedicò al mercato nero e allo spaccio di metanfetamine in Giappone, dando il via alla prima ondata di abuso di eccitanti, la prima di altre tre, di cui l’ultima non ancora conclusa.

Il traffico di droga oggi è l’attività più redditizia, seguita dal mercato del sesso. In epoca Tokugawa, la prostituzione non era vietata, era considerata un lavoro come un altro, ma con i veti imposti dal governo Meiji, essa diventa un’attività illegale e quindi diventa area d’interesse della yakuza. Inoltre, la legge per la prevenzione della prostituzione è una legge imperfetta, confusa e piena di scappatoie. Questo ha permesso l’esistenza di un mercato del sesso legale, parallelamente ad uno illegale, entrambi gestiti dalla yakuza. In Giappone si possono trovare sale massaggi, club d’incontri e altri luoghi che rimangono all’interno di un confine ambiguo tra lecito e illecito, oltre ad un mercato illegale di prostituzione che si lega anche alla tratta di persone provenienti dai paesi del sud-est asiatico.

Altra attività è il gioco d’azzardo, insieme alle scommesse illegali, anche se settori in forte calo rispetto al passato. In questo ambito troviamo sia il gioco d’azzardo tradizionale con dadi e carte, sia il mercato milionario legato alle sale pachinko (パチンコ), che sono sale caotiche piene di slot-machine a premi.  Oltre a queste attività, la yakuza ha puntato anche sul contrabbando di armi, che provengono principalmente da Paesi in guerra o Paesi dove la produzione è fiorente.

Infine, abbiamo i crimini, cosiddetti, intellettuali: ossia crimini di alto livello che riguardano la sfera della finanza e dell’estorsione. Un esempio è la figura emergente degli anni Ottanta, il sōkaiya (総会屋), ossia un ricattatore professionista che riesce ad insinuarsi nei consigli di amministrazione di grandi aziende per poi estorcere denaro attraverso il ricatto e la minaccia dell’umiliazione pubblica, che in Giappone è spesso più temuta della minaccia fisica. Oltre alle estorsioni, c’è tutta una serie di attività che vanno dalla risoluzione di dispute al posto dei tribunali, alla svalutazione delle terre, al recupero crediti.

Ormai la yakuza si muove su scena mondiale, non si tratta più di un fenomeno locale che agisce solamente nel territorio giapponese: i sindacati del crimine hanno internazionalizzato le proprie imprese, rafforzando le reti e le operazioni all’estero. A partire dagli anni Sessanta, il fenomeno yakuza diventa internazionale, con traffico di droga e armi, la tratta di esseri umani e il riciclaggio. Il boom economico, contraddistinto da uno Yen forte e disponibilità di ingenti somme di denaro, permette l’espansione mondiale delle principali organizzazioni criminali giapponesi.

Il raggio d’azione parte dai paesi vicini, per arrivare anche ad America ed Europa. In Estremo Oriente e nel Sud-Est Asiatico lo sviluppo di attività da parte della yakuza è favorito nei Paesi con una situazione politica instabile e un alto tasso di corruzione, dove essa può quindi avvalersi di situazioni contingenti favorevoli a breve distanza.

Tuttavia, in Asia Orientale, la yakuza deve fare i conti con un’altra importante organizzazione criminale, ossia le Triadi cinesi: simili, in quanto originate da culture di stampo confuciano, ma diverse quanto possono essere diversi i due Paesi. Anche le Triadi si occupano pressoché delle medesime attività, includendone altre inconcepibili per la yakuza, quali il traffico di connazionali, lo sfruttamento della forza lavoro e la contraffazione. Le due organizzazioni hanno stretto un’alleanza che può essere considerata come una delle prime collaborazioni internazionali della mafia giapponese.

Per quanto riguarda l’Europa, la yakuza interviene nei traffici di auto di lusso, nel mercato della pedofilia e, soprattutto, trova in Europa il luogo ideale per il riciclaggio di denaro sporco. Stessa cosa vale per gli Stati Uniti, le organizzazioni sono coinvolte anche qui in traffico di droga, armi e riciclaggio e hanno stretto alleanze con le organizzazioni locali. Inoltre, il rapporto con le organizzazioni mafiose statunitensi ha portato all’assimilazione del modello del gangster americano: i membri della mafia giapponese, infatti, ne hanno assunto usi e costumi, tra cui il ricorso alle armi da fuoco, piuttosto che alla spada tradizionale, la katana (刀), allontanando così lo yakuza dalla tradizione samurai di cui tanto vanta le discendenze.

Oggi possiamo rileggere l’evoluzione della mafia giapponese individuando quattro fasi distinte, che sostanzialmente accomunano tutte le organizzazioni di questo tipo. Inizialmente, si ha una fase detta “predatoria”, nella quale abbiamo fenomeni di gangherismo disordinati che possono essere repressi facilmente non appena superano i limiti. Queste forme di organizzazioni si sviluppano attraverso la fornitura di servizi illegali nella fase “parassitaria”. In seguito, abbiamo la fase “simbiotica”, nella quale Stato e mafia hanno reciproco bisogno l’uno dell’altra, dal momento che essa è penetrata all’interno dell’apparato governativo. Infine, troviamo la fase di “repulsione”, quando lo Stato si ripulisce degli elementi corrotti e attua serie politiche antimafia, dal momento che gli interessi delle due parti non sono più coincidenti.

La yakuza segue appunto queste fasi, inizialmente in epoca Tokugawa era semplicemente una forma di aggregazione di piccola portata, che agiva localmente e in modo disorganizzato; con il passaggio alla modernità acquisisce potere e ricchezza, organizzandosi per fornire servizi e beni illeciti; successivamente si insinua nella politica, infettando il sistema governativo fino a un periodo di aperta collaborazione tra governo e organizzazioni criminali tra i due conflitti mondiali. Infine, a seguito della responsabilità giocata nello scoppio della bolla economica, a seguito degli scandali e delle sparatorie che portarono l’opinione pubblica alla sfiducia nel governo e al malcontento generale, il Partito Liberal Democratico decise di ripulire la propria immagine e di additare la yakuza come responsabile dei problemi del Paese. Nel 1991 venne quindi emanato il provvedimento legge, noto come Bōtaihō, che segna l’inizio di una linea più ostile e severa nei confronti delle organizzazioni yakuza, portando alla compilazione di una lista di “bande violente” a cui vengono applicate restrizioni e controlli maggiori, che oggi conta 21 gruppi, con Yamaguchi.gumi, Inagawa-kai e Sumiyoshi-kai tra i primi tre più potenti e attivi.

La legislazione in materia di lotta alla mafia è sempre stata incompleta e la lotta stessa è stata debole. Il motivo, come abbiamo visto, è legato ai vantaggi del patto sociale. L’inasprimento delle pene e le limitazioni imposte dalla legge Bōtaihō hanno sortito l’effetto di costringere la yakuza ad una maggiore segretezza, ma non sono riuscite ad eliminarla. La crisi interna alla yakuza ha fatto il resto, infatti, sono sempre meno le persone che scelgono la gokudō e le organizzazioni faticano a trovare nuove reclute. Questi due fattori hanno portato alla situazione attuale, che vede il ruolo della mafia in Giappone molto ridimensionato rispetto agli anni di massima crescita e ricchezza.

Nonostante questo, essa opera ancora in molteplici aree di interesse, come abbiamo visto, e rimane legata al mondo della politica, per quanto il governo cerchi di fare pulizia. Dal canto suo, la yakuza non ha mai attaccato le istituzioni, come successe in Italia con la strage di Capaci del 1992. Di fronte alla nuova legge non ha dichiarato guerra allo Stato, cosa che avrebbe significato una rottura irreparabile del patto sociale e quindi maggiori complicazioni, le organizzazioni hanno piuttosto preferito adeguarsi alle nuove istanze, cercando di trovare metodi alternativi e più nascosti per insinuarsi nelle trame del potere e continuare a portare avanti le proprie attività, aggirando le istanze del provvedimento.

Esempio emblematico della condizione delle bande oggi è la scissione della Yamaguchi-gumi, il clan più florido e potente, avvenuta a inizio anni Duemila. Questo significa che le organizzazioni sono davvero sotto pressione e faticano a gestire questa rinnovata imposizione dello Stato di rimanere al proprio posto. Tuttavia, il fatto che ancora non esista il reato di associazione mafiosa, il fatto che la legge, nonostante le nuove limitazioni, si basi sul codice amministrativo piuttosto che sul codice penale, dimostra che il governo non vuole la rottura del patto sociale. Far rientrare le misure antimafia nel codice amministrativo significa avere ingiunzioni al posto di pene, il che lascia intendere un certo grado di tolleranza verso le organizzazioni.

Oggi, rispetto al passato, la situazione della mafia giapponese è sicuramente un problema che viene considerato con l’attenzione che merita, la lotta alla criminalità organizzata ha fatto passi da gigante, è innegabile. Tuttavia, è possibile ancora percepire l’esistenza di questo patto sociale, che rimane la legittimazione più contraddittoria e potente che permette alla yakuza di esistere alla luce del sole, di gestire apertamente un intero quartiere di Tōkyō, il kabuki-chō, e di godere di opinioni contraddittorie a riguardo.

Featured Image Source: Wikimedia

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